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La serie stratigrafica in cui è incluso il giacimento è caratterizzata da depositi continentali riferiti al Pleistocene medio che costituiscono il riempimento di un bacino tettonico infrappenninico tardo-terziario. La successione e l’alternanza di sedimenti di natura fluvio-lacustre (travertini, argille, limi, sabbie grossolane e fini, ghiaie) e di sedimenti di natura vulcanica (tufi e cineriti) hanno permesso di ricostruire l’evoluzione degli eventi geologici che hanno interessato il bacino di Isernia e di datare recentemente l’accampamento stesso a circa 700.000-620.000 anni da oggi.
Quattro sono le superfici di abitato individuate che hanno restituito una notevole quantità di reperti faunistici e litici in differenti concentrazioni: 3c, 3a, 3S10 del I settore di scavo; 3a del II settore di scavo.
L’archeosuperficie 3a del I settore di scavo è la più ricca di reperti e la più estesa tra quelle identificate che riassume in sé le caratteristiche riscontrate anche sulle altre archeosuperfici La distribuzione di specie faunistiche, riscontrata per tutte le archeosuperfici e gli strati che le separano, vede una forte presenza di resti di bisonte (Bison schoetensacki), seguiti da quelli di rinoceronte (Stephanorhinus hundsheimensis), elefante (Elephas (Palaeoloxodon) antiquus), orso (Ursus deningeri), ippopotamo (Hippopotamus cf. antiquus), di cervidi, quali il megacero (Megaceroides solilhacus), il cervo (Cervus elaphus cf. acoronatus), il daino (Dama dama cf. clactoniana), il tar (Hemigratus cf. bonali), il castoro (Castor fiber), di carnivori, come il leone (Panthera leo fossilis),  e di recente acquisizione, il leopardo (Panthera pardus) e la iena (Hyaena brunnea), oltre all’individuazione di un primate del genere Macaca sylvanus.. La distribuzione di specie faunistiche, riscontrata per tutte le archeosuperfici e gli strati che le separano, vede una forte presenza di resti di bisonte (Bison schoetensacki), seguiti da quelli di rinoceronte (Stephanorhinus hundsheimensis), ippopotamo (Hippopotamus cf. antiquus), orso (Ursus deningeri), elefante (Elephas Palaeoloxodon antiquus)), di cervidi, quali il megacero (Megaceroides solilhacus), il cervo (Cervus elaphus cf. acoronatus), il daino (Dama dama cf. clactoniana), il tar (Hemigratus cf. bonali), di carnivori, come il leone (Panthera leo fossilis),  e di recente acquisizione, il leopardo (Panthera pardus) e la iena (Hyaena brunnea), oltre all’individuazione di un primate del genere Macaca sylvanus.
L’industria litica, al pari dei reperti faunistici, risulta ben rappresentata su tutte le quattro archeosuperfici di Isernia La Pineta e la sua distribuzione rappresenta un elemento importante per la distinzione spaziale di aree potenzialmente interessanti dal punto di vista interpretativo.
La materia prima si presenta sotto forma di due differenti litotipi, la selce e il calcare. La considerazione delle caratteristiche tecnologiche dei reperti ha permesso di ricostruire le operazioni tecniche adottate per la produzione dei manufatti. Tale ricostruzione è stata favorita dall’attività sperimentale condotta nel 1993  che ha evidenziato come l’utilizzo della tecnica di scheggiatura bipolare su incudine abbia avuto un ruolo dominante nell’ottenimento dei manufatti e che quest’ultima tuttavia è coesistita con altre tecniche, come la percussione su incudine e la percussione diretta con percussore duro mobile.
Dal punto di vista tipologico, l’industria litica è caratterizzata da una presenza dominante di schegge. Un gruppo a parte è stato indicato con la denominazione di debris che si riferirebbe a tutti quegli elementi identificabili come prodotti finali dell’attività di scheggiatura. La motivazione per cui è stata conferita loro una denominazione singolare, non cumulabile con le altre definizioni del tipo dei nuclei, si trova nel fatto che essi davvero sono il risultato ultimo e puramente casuale dell’intenso sfruttamento del supporto di materia prima. La loro morfologia trae solitamente in inganno dal momento che presentano una serie di stacchi multipli o isolati, contigui e non, che potrebbero erroneamente essere interpretati come ritocchi intenzionali.
Prescindendo dall’evidenza di questi caratteri, si è riusciti ad attestare la non intenzionalità nell’ottenimento delle forme e delle caratteristiche individuate sui reperti, grazie al supporto fornito dalla stessa sperimentazione e dall’analisi funzionale. Infatti, si è riscontrata una sostanziale ricorrenza tra le tracce legate alla lavorazione delle carcasse animali e il tipo di supporto con il quale queste operazioni sono più efficacemente eseguibili e cioè le schegge non ritoccate; al contrario i cd. debris non documentano la presenza di alcuna traccia di utilizzazione sulle loro superfici, che possano essere associate ad un eventuale sfruttamento del supporto per scopi alimentari.
L’ulteriore analisi dimensionale dei pezzi ha altresì confermato la sostanziale differenza esistente tra i reperti in selce e quelli in calcare; la selce è presente con supporti di piccole dimensioni; nell’ambito del calcare, invece, le maggiori dimensioni si riscontrano sui reperti su ciottolo di più difficile classificazione tipologica, che presentano distacchi non necessariamente organizzati.
Stabiliti questi aspetti strutturali dell’industria di Isernia lo studio si è orientato alla comprensione dei meccanismi di sfruttamento di tali risorse in un contesto ecologico ed economico come quello del bacino di Isernia. La presenza di materia prima da trasformare, la generale collocazione del sito in una zona umida con grande disponibilità di fauna e quindi di risorse alimentari di alto apporto energetico e la morfologia dell’area, ha facilitato insediamenti testimoniati dalla presenza di ampie aree in cui l’attività dell’uomo è stata condotta.
La considerazione della distribuzione spaziale dei reperti ha reso possibile la ricostruzione dettagliata dell’intera area scavata e di proporre delle analisi interpretative delle archeosuperfici sia singolarmente che in rapporto le une alle altre.
Nel caso dell’archeosuperficie 3c (scavata tra il 1980 e il 1993) la distribuzione dei reperti si presenta per lo più omogenea e regolare.
L’archeosuperficie 3a copre un’estensione di circa 140 mq, su cui la distribuzione dei materiali, per quanto variabile in riferimento alle diverse categorie rappresentate, presenta comunque un indice di dispersione che vede il travertino costantemente presente su tutta l’estensione areale, con concentrazioni maggiori nella zona in cui esso risulta in posto (quadranti 2 e 3), sempre associato sia ai reperti faunistici che alle selci ed al calcare; il materiale osseo fortemente concentrato nelle zone centrali dell’archeosuperficie con una dispersione che diminuisce in corrispondenza del passaggio dal quadrante 1 al quadrante 2; i resti litici in calcare e selce, invece, con una configurazione più indipendente ed un grado di dispersione che varia a seconda della materia prima considerata; il calcare, infatti, presenta diverse aree di maggiore concentrazione, mentre la selce ha una distribuzione più capillare ed arealmente delimitabile.
Per quel che riguarda le selce, infatti, è stato osservato come la concentrazione del materiale litico sia bassa nei quadrati del quadrante 1, laddove è analiticamente significativa nei quadrati del quadrante 2 e nella fascia che si sviluppa in diagonale in corrispondenza del rilievo travertinoso in posto, su gran parte del quale sono stati trovati i manufatti, in buono stato di conservazione.
La distribuzione dei resti in calcare, numericamente sempre inferiori a quelli in selce, è caratterizzata da una dispersione meno forte del materiale.
Per l’archeosuperficie 3S10 la distribuzione dei reperti messi in luce con gli scavi del 1992 e del 2001 ha interessato soprattutto la porzione NW dell’area, evidenziando un’omogenea distribuzione dei reperti ossei e di quelli litici ed una dispersione più fortemente condizionata dalla presenza di buche semicircolari, prodotte dall’azione di fenomeni geomorfologici, che hanno causato il trasporto di materiale all’interno di esse e la dispersione dello stesso.
Da ultimo, lo studio della distribuzione spaziale dei reperti sull’archeosuperficie 3a del II settore, soprattutto i manufatti in selce, documenta una distribuzione non omogenea, con una significativa concentrazione attestata nella parte centrale dell’area scavata.
Le archeosuperfici individuate sul sito di Isernia rappresentano il risultato di atteggiamenti comportamentali inseriti in specifiche strategie rivolte al reperimento di porzioni di masse carnee a scopo alimentare, avvalorati dalla ricostruzione paleogeografica dell’area, dalle modalità deposizionali e distributive dei reperti litici e ossei e dai meccanismi di sfruttamento degli stessi.
Le quattro archeosuperfici non rappresenterebbero altro che interfacce differenti di una fase insediativa unitaria che la sequenza delle modalità del suo seppellimento la fanno attribuire erroneamente a livelli archeologici distinti sul piano cronologico.
L’elemento di unione delle tre archeosuperfici è rappresentato dagli ambienti umidi presenti nell’area in quel tempo, caratterizzati da formazioni travertinose in parte emerse, con un andamento orizzontale e sostanzialmente lineare, più o meno continuo. Lo scavo ha posto in luce una grande quantità di materiale litico sulla superficie allungata e stretta di uno di questi rilievi attorniati dall’acqua. I reperti sono molto freschi, per lo più rappresentati da schegge ottenute con percussione diretta o su incudine, con superfici caratterizzate da frequenti tracce connesse con l’attività di taglio della carne. Su quest’area i resti ossei sono molto scarsi; essi invece sono molto frequenti ai suoi lati, dove l’acqua lambiva il rilievo e dove diventano scarsi i materiali in selce che presentano superfici traslucide che testimoniano la loro immersione in acqua. Il rapporto ossa-selci sembrerebbe invertirsi in funzione di rilievi o delle zone umide più basse.
Inoltre mentre sul rilievo si ha un unico livello, nelle aree depresse si individuano, invece, le quattro differenti archeosuperfici che comunque si uniscono in un'unica realtà in corrispondenza del cordone travertinoso. Nella depressione esse sono separate da depositi vulcanici (cineriti) che tendono ad uniformare l’intera area colmando i dislivelli e inarcandosi, così pure come le archeosuperfici, lungo il limite in pendenza del cordone verso l’area lacustre. L’accrescimento del travertino tende in alcuni punti ad inglobare parte delle archeosuperfici.
Il modello comportamentale che se ne deduce rientra quindi in una ben definita capacità attribuita al gruppo umano a cui è riferito di rispondere ad un contesto ambientale adottando strategie di sussistenza che sono la diretta ed evidente risposta ad una necessità contingente legata alla realizzazione di determinate attività. Quindi, a nostro avviso, le strategie gestionali delle risorse di un territorio, messe in atto dalla comunità di Isernia sono scelte adattative coscientemente intraprese, rispettando le potenzialità di un ambiente, ma che non vanno interpretate come un adattamento alle limitazioni ambientali, quanto piuttosto come le più vantaggiose soluzioni comportamentali per la risoluzione delle necessità di sussistenza.

 

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